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una grande aria teatrale nel romanzo di Pirandello innanzitutto
il protagonista Mattia, un io diviso, un personaggio in cerca
d'autore, un uomo alla ricerca di se stesso: "una delle poche
cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che
mi chiamavo Mattia Pascal non pareva molto nemmeno a me ma ignoravo
cosa volesse dire non sapere o non potere più rispondere come
prima, all'occorrenza IO MI CHIAMO MATTIA PASCAL". Mattia vive
la sua prima vita inconsapevolmente circondato da persone e accadimenti
che lo coinvolgono ma senza permettergli di conoscere se stesso.
Si lascia vivere finché interviene la morte delle sue due figlie;
e allora, solo allora, parte, nella elaborazione del lutto, la
ricerca di se stesso, del suo io profondo; ma ecco che tragicomicamente
un'altra morte si sovrappone alle prime due: una morte apparente
ma non sconfessata: la sua morte fittizia. E proprio da questa
morte Mattia (che non può più lasciarsi vivere) inizia un percorso
nel se più profondo, ricomincia a vivere dall'esterno quelle esperienze
che lo avevano "vissuto" nella sua vita precedente; incontra nuove
persone che altro non sembrano essere che differenti incarnazioni
di persone incontrate nella sua prima vita; tutto in un gioco
di specchi e di rimandi di grande teatralità giacché nella versione
di Kezich è Mattia stesso ad introdurre gli altri a fargli prendere
consistenza di personaggi. Siamo in qualche modo al cospetto di
una lunga seduta di analisi alla ricerca dell'io, dove il protagonista
cerca continuamente di affrancarsi dai fastidiosi vincoli sociali
e di sottrarsi all'opprimente dominio dei luoghi comuni rendendosi
tuttavia presto conto che né Mattia né Adriano riescono a spezzare
quella catena di legami e di oppressioni. C'è poi Paleari il filosofo
teosofo che gli propone delle alternative che si rivelano ancora
più tragicamente e comicamente inadatte ad una lettura della realtà;
infatti, né teosofia, né lanterninosofia, né spiritismo consentono
a Mattia/Adriano una de-codificazione del suo io. Oreste non si
trasforma in Amleto o meglio Oreste continuerà a desiderare la
morte della madre ed Amleto a restare sospeso fra la materia di
cui sono fatti i sogni e quello strappo nel cielo di carta in
un teatrino di marionette, non consentirà che una accettazione
limitata di se' al Fu Mattia Pascal che potrà solo tornare a "scrivere"
la sua vita. Ecco allora che ritorneranno sistemati in un ordine
solo gerarchicamente diverso le figure della sua prima vita metabolizzate
attraverso la vita di Adriano e Mattia nella sua solitudine potrà
solo dichiarare l'esistenza di un "fu Mattia Pascal". Non ci si
può ribellare al destino o meglio se ne può sentire il bisogno
ma sapendo quanto labile, problematico e pressoché impossibile
sia prendere le distanze dai condizionamenti che soffocano l'individuo
e lo fanno schiavo delle convenzioni. Ecco quindi che su un palcoscenico
all'inizio nudo e spoglio, sarà Mattia stesso personaggio autore
e drammaturgo, regista a mostrare i personaggi e i mondi della
sua vita doppia reale e teatrale Mattia quindi come un depresso,
un abitante dei mal di luna (Pirandello stesso al letto della
moglie malata?) ma allo stesso tempo consapevole testimone e protagonista
della limitatezza tragica e comica dell'uomo nell'universo.
Piero
Maccarinelli
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| di
TULLIO KEZICH
Credo
di poter dire che il mio adattamento teatrale (rifiuto, come riduttivo,
il termine "riduzione" di Il fu Mattia Pascal è uno dei testi
italiani più rappresentati nell'ultimo quarto di secolo. Fortuna
accompagnandoci, l'attuale ripresa con la partecipazione nel ruolo
protagonistico di Giuseppe Pambieri, e la regia di Piero Maccarinelli,
toccherà e supererà il traguardo delle mille repliche da quando
nel '74 questo copione ebbe il suo battesimo al Teatro di Genova,
con Giorgio Albertazzi e la regia di Luigi Squarzina. Alla prima
messinscena ne seguirono nel tempo parecchie altre, fra le quali
quelle con Pino Micol e Flavio Bucci. Due parole sull'origine..
dell'operazione, nata da una proposta che mi fece nei primi anni
'70 Maria Luisa Aguirre d'Amico. Memore del mio adattamento di
La coscienza di Zeno di Svevo, la nipote di Pirandello ebbe la
felice intuizione che si potesse realizzare qualcosa di simile
con Mattia Pascal. L'impresa presentava dei rischi perché non
tutti i romanzi funzionano sulla scena e non tutti gli adattamenti
rispecchiano adeguatamente il loro precedente letterario. Del
resto quando negli anni '60 iniziai questo tipo di 1avoro, l'opinione
generale era molto ostile. Si parlava del "teatro da" come di
una cosa di seconda mano, inutile e addirittura dannosa in quanto
toglieva spazi e respiro a un ipotetico "teatro di". Chi muoveva
l'obiezione di principio trascurava il fatto che molta drammaturgia,
da Eschilo a Brecht attraverso Shakespeare, è partita spesso dall'elaborazione
di opere precedenti. Per quanto mi riguarda, non ho da pentirmi
di esser andato a cercare ispirazioni nel campo della letteratura.
Per ricordare solo qualche episodio, è accertato che il successo
di zeno aprì le porte del palcoscenico a tutto il teatro di Svevo
fino a quel momento considerato irrappresentabile anche da un
lettore eccelso come Eugenio Montale. E Il gallo, da Il bell'Antonio
di Brancati, offri al grande Turi Ferro l'occasione di scolpire
un personaggio indimenticabile. Ma la predilezione del pubblico,
ormai sull'arco di due generazioni, è andata soprattutto a Mattia
Pascal e non soltanto perché mentre sta per compiere un secolo
(è datato 1904) il romanzo resta uno dei testi fondamentali del
novecento. L'argomento è noto. mal maritato in seguito a loschi
intrighi di paese (l'immaginario Miragno, ligure secondo la logica
topografica, siciliano nei modo in cui l'autore lo rappresenta),
il bibliotecario Mattia Pascal attua una prima fuga fino a casinò
di Montecarlo dove. vince un'ingente cifra. Ansioso di esibire
la sua fortuna ai miragnesi, mentre sta per ripresentarsi in pace
scopre che lo hanno dato per morto erroneamente identificandolo
nel cadavere di un suicida. E' 1'occasione da cogliere al volo
per fuggire davvero e iniziare una vita nuova: ma ben presto Mattia,
stanco d vagabondaggi, approda a una pensione romana dove inciampa
in tensioni, imbrogli imbarazzi e dolori anche peggiori di quelli
dai quali é fuggito Non gli resta che fingere un secondo suicidio
per recuperare il suo vero io, ma redivivo a Miragno si accorge
a proprie spese che nella vita non si torna indietro. Il fascino
di questa vicenda,, sviluppata da Pirandello attraverso un intreccio
che è gran teatro giá sulla pagina, è quello di stuzzicare l'illusione
che l'infelicità personale sia superabile, che a un certo punto
si possa ricominciare la propria vita da zero. Così inconsciarnente
pensava l'autore scrivendo queste pagine al capezzale della moglie,
ormai condannata per sempre dalla malattia mentale. Accanto all'ingegnosità
della trama, all'accattivante vivacità del concertato dei personaggi
e alla bizzarra qualità dello stile, Il fu Mattia Pascal attinge
a una vera commozione grazie a quella che potremmo chiamare (con
Gadda) "la cognizione del dolore". Benché caratterizzato dai suoi
rovelli intelettuali, , Pirandello si considerava un "sincerista"
sempre pronto a confessarsi in chiave autoironica: ed è proprio
questa fraterna disponibilità che induce i lettori e spettatori
a identificarsi in Mattia, morto vivente e uomo senza qualità.
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